Andare a suonar per boschi.

La primavera si fa sentire, sbocciano le prime gemme sugli alberi, i primi fiori, i primi amori e sgorgano allegre canzoni dalle bocche di chi ha come fedele compagna la gioia di vivere. È il naturale cantare e suonare di chi celebra quotidianamente il proprio amore verso madre natura. Per questo viene spontaneo imbracciare uno strumento ed andare a trovare amici. Sono arrivati in Calabria degli anziani elfi, provenienti dalla Valle degli Elfi. Una grossa comunità di quindici nuclei, situata sulla catena montuosa della Porrettana, tra l’Emilia e la Toscana. Borghi antichi recuperati e insediati da persone che, già dagli anni Settanta, hanno deciso di vivere lontano dalle illusioni capitalistiche, autogestendo il proprio tempo e producendosi il necessario per vivere. Coltivatori, artigiani, artisti, hippy, figli dei fiori ...o meglio, il popolo della madre terra; gente allegra, sobria, che gode del poco, e ama la natura riconoscendola come unica divinità da venerare e rispettare. Questi strani personaggi portano nomi che si rifanno ai racconti di Tolkien e dopo aver lavorato nella terra, si riuniscono intorno al fuoco, come facevano i nostri avi, per cantare e ballare. A noi elfi viene naturale incontrarsi per suonare. L'appuntamento è presso il bosco dell'Arcipelago Sagarote. Teresa e Primavera, le asine che vivono in questo luogo, sono le prime a darmi il benvenuto con un dissonante raglio; a seguire vedo la sagoma di Sergie con la fisarmonica in grembo intento ad intonare una vecchia mazurca francese. Ci salutiamo con un abbraccio e ci rechiamo sul posto. Ad attenderci c'è una coppia di francesi, che hanno intenzione di realizzare un docufilm sulla realtà dell'arcipelago e le disabilità. Approfittano del nostro incontro musicale per catturare con un registratore ambientale qualche suono, qualche canzone, che in seguito monteranno sulle immagini. Il registratore ci inibisce e ci fa sentire poco spontanei, ma dopo le prime note la musica prende il sopravvento. Dimentichiamo il registratore e ci lasciamo trasportare dalle note diventando un tutt'uno con madre natura e le sue manifestazioni: gli uccellini duettano con il flauto suonato da Nevio, Gregorio con la sua sensibilità di ragazzo speciale fa stridere l'archetto della lira, mentre Frida, una cagnetta bianca, corre tra le foglie quasi a scandire il tempo. Così questa domenica di aprile abbiamo celebrato l'arrivo della primavera, con una delle più belle espressioni artistiche: la musica. 

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MAGARE

Non smetto mai di scoprire i mille volti della Calabria e stupirmi dinanzi a così tanta potenza e bellezza. Scendo dal treno, nella stazione della mitologica Sibari, dove mi aspettano Antonella e Michela. Prendiamo la strada che porta a Civita. Il panorama è uno spettacolo mozzafiato ! Appena qualche curva e si scorge il paese con i suoi caratteristici comignoli. Le due amiche sono le fondatrici de "L'osservatorio Donne Pollino", associazione che ha l'obbiettivo di creare un focus permanente sulle pratiche e gli usi rurali dell'area ionica del Pollino, con particolare attenzione alle comunità matrilineari. È chiaro, che mi sto recando in un posto dove si respira un'altra aria; conosco la gente delle comunità Arbereshe, sono più coese di quelle calabre, questo lo so già da tempo, ma qui ho la possibilità di vedere qualcosa in più. Civita ha conservato i ritmi di un tempo. È una fotografia quasi immobile della ruralità, ma nello stesso tempo, mi sento di dare ragione alle parole di Antonella quando mi dice che la sua comunità è avanti, e in effetti, lì c'è il vero "progresso"; credo che faccia parte dell'evoluzione umana tornare a ritmi più naturali, trovare un giusto equilibrio tra il passato e il presente, il vecchio e il nuovo, il moderno e l'antico. Perché progredire significa proprio questo: prendere consapevolezza di dover vivere con pienezza la propria vita!

Parcheggiamo la macchina ai piedi del paese e iniziamo a montare per un vicolo che ci porterà al b&b "La Magara"; lungo il tragitto vengo avvolto da un odore familiare, che ho ben impresso nella memoria olfattiva: il classico profumo delle conserve di pomodoro messe a bollire nei calderoni. L'intensità dell'odore è tale da farmi pensare che l'intero paese si sia messo d'accordo per fare la salsa nello stesso momento. Entro nella stanza che mi è stata assegnata per la notte; una casa in pietra, ristrutturata e resa confortevole, pur mantenendo le caratteristiche strutturali dell'antichità. Apro il balcone e davanti a me si estende un panorama da godere con "mindfulness"; termine che viene spiegato bene nel libro "L'arte di camminare" lo scrittore Adam Ford. Guardo in basso e vedo rocce a strapiombo e calanchi che si estendono verso il visibile mare seguendo la dirittura delle bellissime gole del Raganello. Faccio un profondo respiro, trattengo per un po' l'aria nei polmoni, poi l'apnea mi costringe a rinnovare l'aria, inspirando anche tutto il genius loci circostante: lo spirito che veglia su questi luoghi. Mi siedo, medito, provo una sensazione nuova: qualcosa si muove dentro, le molecole del mio corpo si allineano e si armonizzano, sento muovere l'energia come un silenzioso canto.

La sera, durante la mia esibizione, tra il pubblico c'erano persone che provenivano da vari angoli del mondo. "Mondonauti" come li definirebbe la mia cara amica Darika Montico, viaggiatrice instancabile, che proprio ora sta compiendo il giro del mondo in bicicletta. Sui gradini antistanti "La Magara" sono seduti brasiliani, degli argentini, inglesi e persino una attempata ma bellissima signora di Haiti; sicuramente con un passato da hippy. Una figlia dei fiori cresciuta, diciamo! Questa gente era l'anello mancante per un posto sperduto come Civita; ora in questo paesino si può rallentare il ritmo imposto da una società che va sempre più di corsa, senza però rinunciare agli scambi culturali, all'arte e alla poesia. Che umanità pazzescamente variegata ! Mescolandosi innesca così un processo inevitabile di crescita collettiva. Lo spirito si eleva ad un livello tale di umanizzazione da riconoscere nell'altro il "fratello". Sentimento ormai perduto nelle spire dell'errato mito di Caino e Abele, che ci condiziona mettendoci l'uno contro l'altro. Qui, invece, tutto trasuda fratellanza e comunità, forti del pensiero che tutti viviamo sotto un unico cielo. L'amore può costruire dei solidi ponti, sui quali far transitare: rispetto, fiducia, condivisione.

Nell'aria c'è profumo di autunno che bussa alle porte, le vigne sono mature per essere munte e ricavarci quel buon nettare "Di-vino". Proprio come quel vino che stavamo sorseggiando, prodotto da una signora, mi raccontano, che continua a farlo da sola anche dopo morte del proprio marito; alla sua memoria continua il rito di raccolta, pigiatura, fermentazione, travaso e imbottigliamento. Inutile chiedere se utilizza prodotti chimici o di sintesi per produrre il vino, e guai a chiedere se è un vino bio, parola mai entrata nel so lessico poiché lo fa naturalmente biologico, anzi sarebbe ancora più corretto dire in modo naturale.

La mattina successiva, mi sveglio un attimo prima del canto del gallo. Lo stesso che infastidiva una signora americana che ha soggiornato lì -mi racconta ironicamente Antonella- per sottolineare che ormai ci stiamo "snaturando", non riconosciamo più madre terra, non seguiamo più i cicli naturali. Non mi sorprende il fatto che dopo qualche giorno dice di averla vista tornare ad una serenità più umana. Seduti nell'ospitale cucina de " La magara", durante la colazione, Antonella mi dice poi che qualche anno fa decise di lasciare la vita mondana dei Navigli a Milano, per tornare nella sua terra, ad una vita più sobria, fatta di piccole cose, di relazioni; come quelle che ha instaurato con le anziane del paese, coinvolte sistematicamente nei sui eventi. Sul tavolo della colazione trovo dei piccoli fichi neri, caratteristici di questi luoghi, quelli buoni per farci "u meli i ficu": la melassa di fico che si prepara bollendo e setacciando più volte il frutto per arrivare ad ottenere una sostanza mielosa utilizzata per dolcificare i tradizionali dolci. Il nostro dolcificante, genuino, non raffinato e soprattutto non cancerogeno, a dispetto di quello consumato comunemente ovunque; altro che lo zucchero è vita come recitava una famosa pubblicità di qualche tempo fa !

La magara significa strega: donna che la tradizione vuole con poteri straordinari, conoscitrice di pratiche dimenticate. Ora sono tornate, solo che queste nuove streghe, dalle loro alchimie stillano: socialità, contatti umani e fraterni che ormai la nostra modernità sta dimenticando, l'amore per la terra e la voglia di riscatto. Ebbene se volete vedere il futuro dovete venire qui a Civita, qui dove le streghe hanno una sfera magica e il futuro non solo lo vedono ma lo "attuano".

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‘U Rumit e Sant’Antonio.

Tratto dal libro “Viaggiolento nel Pollino”

Mentre scendiamo da contrada Bocca di Lupo, sopra le montagne di Laino Borgo, seguendo un sentiero che taglia un fitto bosco vediamo in lontananza una sagoma. La visione è quella di un piccolo albero camminante con uno strano scettro in mano. “Un Rumit!” Esclama Rocco, che da qualche giorno si è aggregato alla nostra lenta camminata. “Sì, è proprio un Rumit!” Ribadisce sempre più convinto. E ci spiega subito che il Rumit è una maschera che appartiene alla tradizione del suo paese, ossia un piccolo borgo della Basilicata chiamato Satriano di Lucania, ad oltre cento chilometri a nord da qui. Il Rumit, spiega ancora Rocco, è una maschera che si presenta avvolta e cosparsa di foglie rampicanti e tralci d’edera. Un uomo vegetale, un albero vagante, simbolo di povertà e penuria ma anche di legame con la natura, un essere che nasce dai boschi e dai boschi si muove. A Satriano di Lucania la maschera del Rumit (termine che gli anziani usano per indicare l’eremita), l’ultima domenica prima del martedì grasso esce dal bosco per girare tra le strade del paese strusciando il “fruscio”, un bastone con all’apice un ramo di pungitopo o di ginestra, sulle porte delle case. È il suo modo di bussare. Chi riceve la visita del Rumit la considera quale un buon auspicio e dona qualcosa. Rocco ci racconta che la maschera de “u Rumit” nel tempo ha assunto diversi significati: incarna l’eremita che vive ai margini del paese e che, dopo l’inverno rigido, esce dai boschi per chiedere la carità. Oppure può rappresentare ogni individuo che, indigente e povero per necessità o per scelta, è rimasto fedele alla terra natia e ha provveduto autonomamente a cercare un rifugio al di fuori del consesso civile, nel bosco, e vive del buon cuore altrui. In seguito, le vicende dell’emigrazione hanno accostato questa maschera a chi non ha avuto né la voglia né la possibilità di lasciare il paese natio e si nasconde anonimo, ammantato di foglie e vegetazione, alla ricerca di qualcosa da mangiare per affrontare con forza e vigore la primavera. Ora c’è una nuova interpretazione. Le giovani leve lucane hanno intenzione di utilizzare u Rumit per lanciare un messaggio ecologista universale che è un rovesciamento dei valori: il Rumit viene dalla terra a ricordare che essa va conservata per coloro i quali verranno dopo di noi.

Ma cosa sarà venuto a fare fin qui, fino a Laino, a cento chilometri di distanza, a sud, questo Rumit, o per meglio dire questa persona che ora ne indossa il costume e l’abito? Massimo, amico e compaesano di Rocco, ci dice che sicuramente questo Rumit è diretto alla festa di Sant’Antonio (da Padova) a Papasidero, e sarà venuto ad assistere al rito arboreo della “Pita”, che si svolgerà proprio quel giorno. Arriviamo dunque nel paesino con il Rumit a seguito, che si è unito alla nostra compagnia, e veniamo inghiottiti dalla fiera e travolti da una festante banda che suona allegra. Dietro la banda c’è una fila di buoi dalle lunghe corna che trascinano dei lunghi tronchi di alberi. Gli alberi verranno poi ammucchiati per essere venduti in una sorta di asta. Il fusto più alto verrà innalzato e poi scalato dai giovani più ardimentosi. Il rito arboreo della “Pita” (che è il fusto di un abete maturo), segna il legame delle popolazione del Pollino con il proprio territorio e con la natura, unendo al rito religioso in onore di Sant’Antonio una festa suggestiva in cui l’elemento profano svolge un ruolo altrettanto importante, fra tradizione popolare e cultura contadina. Appena arriva il buio si scatena infatti la festa che ha tutto il sapore dei baccanali. Si mangia la “ciambotta”, pane svuotato e riempito con melanzane, peperoni, pomodori e cipolla precedentemente passati in padella. Una delizia!... Frittata e cipolle, formaggi locali, asparagi, pasta al forno, funghi. E vino, e vino, e vino. E poi arrivano le zampogne che al suon di tarantelle fanno ballare anche il Rumit e Cometina.  

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